lunedì 5 novembre 2007

WALTER WEISS – letteratura austriaca – prigioniera del mito asburgico? (tradotto e addattato)

La comprensione della letteratura austriaca è fino ad oggi legata indissolubilmente al rapporto con quella tedesca in generale. La questione si pone cioè in questi termini:
La letteratura austriaca ha una particolarità spiccata che la distingue dalla restante letteratura tedesca, o è piuttosto da intendersi come letteratura tedesca in Austria? A questa domanda, che ha sollevato una discussione accesa, si è risposto difendendo o l’una o l’altra delle due posizioni. Egon Schwarz nella Germanic Review del 1965 ascrive alla “grande eredità” tre saggi, uno di Otto Basil, uno di Herbert Eisenreich e uno di Ivar Ivask come prova dell’esistenza di una letteratura austriaca, ma nota al contempo che questi autori avrebbero dimenticato il fatto che per loro fosse indubbiamente una fortuna enorme essere considerati comunque parte della letteratura tedesca.

Quello che Egon Schwarz voleva dire, tra le righe, fa riferimento al fatto che -anche in base ad esempi recenti -diversi autori austriaci hanno acquistato importanza, considerazione della critica e denaro, perché hanno trovato editori in Germania ( T. Bernhard, P. Handke, H.C. Artmann e G. Rühm). E poi la letteratura come maestria linguistica è per definitionem quella scritta in una determinata lingua. Rimane in dubbio se tiene l’argomento della lingua comune. Detto in breve: La lingua tedesca più o meno comune non esclude a priori una letteratura austriaca con precise caratteristiche?

Non va tralasciato il dato di fatto che diversi scrittori sentissero questa diversità già qualche secolo prima di quando si accende la discussione dei caratteri che circoscrivono l’ambito tematico (e linguistico?) della letteratura austriaca. Nel 1782 Alois Blumauer nel suo scritto “Osservazioni sull’illuminismo austriaco e sulla letteratura” rispondeva al disprezzo del berlinese Friedrich Nicolai esprimendosi in tal modo: “ Lo stato austriaco che si rappresenta dovunque nella sua forza mascolina nell’ambito letterario viene visto ancora come immaturo e deve accettare continuamente la direzione ad alto prezzo dei non interpellati tutori dello spirito”.

F. Grillparzer si esprime a tal proposito nei diari e in un saggio “In cosa si differenziano gli scrittori austriaci da tutti gli altri?” (1837) e mette a confronto di continuo l’Austria e la Germania, lo spirito austriaco e quello tedesco, la letteratura austriaca e quella tedesca: dalla parte austriaca la tendenza al descrittivo, concreto-sensistico, alla misura, al senso artistico plastico, dall’altra parte – in particolare sotto il nefando influsso di Hegel – la tendenza all’astrazione, alla dialettica, ai piani e agli schizzi senza misura. Questa comparazione di Grillparzer rispecchia un senso di sprezzo suo personale (ma condiviso da altri intellettuali austriaci del tempo) nei confronti della storia della letteratura prussiana della piccola Germania del 19. Secolo, sprezzo e distnaza che hanno le loro propaggini fino al nostro presente (1970 ndr).

Un rappresentante di questa estetica tedesco-hegeliana è Friedrich Hebbel contro il quale si scagliano anche Stifter, Nestroy, i quali reclamano una continuità nel segno della misura contro il sovrappiù, l’enorme, l’esaltato, contro la dialettica degli estremi.

E due generazioni più tardi di nuovo una costellazione paragonabile: Hofmannsthal e George. George rimprovera a Hofmannsthal mancanza di mascolinità, autonomia, Selbstaufagabe alla tradizione. Hofmannsthal contrappone nella “Die Schwierige” il barone Neuhoff a Karl Bühl e traccia nel pieno della battaglia finale della vecchia Austria lo schema “prussiano e austriaco”, che riprende tutti i motivi di 150 anni prima, del prussiano piccolo tedesco, e ne fa un antipodo dell’austriaco; scarsa attitudine all’astrazione, rifiuto della dialettica qui, forza dell’astrazione e della dialettica lì; autoironia qui, autostima lì; avidità di piaceri qui, arrivismo lì; apparentemente immaturo (cioè senza autonomia) l’austriaco, apparentemente maschile (virile) il prussiano.

Gli storici della letteratura danno all’apologia e alla rilevanza della forma spirituale tipicamente austriaca un fondamento storico.

Josef Nadler e Otto Rimmel, tra gli altri, individuano un precendente di questa discussione nel paesaggio letterario barocco dell’Austria; della continuità nella tradizione teatrale, dal 17.secolo (con i Ludi Caesari) fino al Volkstheater viennese e a Grillparzer fino al presente, che attribuisce allo spettacolo percettibile un ruolo preminente (che va oltre quello dato alla pura parola) e che fonda la possente tradizione del gioco metafisico, del teatrum mundi. Anche altri motivi costanti della letteratura austriaca quali la fiducia irrazionale nell’ordine della creazione (grazia e natura) vengono ricondotti a radici barocche. La forte eredità del pensiero cattolico tomistico rende l’austriaco critico nei confronti delle ultime forme spirituali protestanti dell’idealismo tedesco con la sua dialettica e speculazione.

Emblematica la descrizione che Wilhelm Scherer fa della visita di Grillparzer a Goethe e della conseguente caratterizzazione dei due personaggi. Grillparzer schiacciato da un sentimento fanciullesco scoppia in lacrime e Goethe lo consola paternamente. Questa stessa caratterizzazione si ritrova poi nel saggio di Scherer “Goethe e Grillparzer”.

Nel Biedermeier, che si nutre di fondamenti barocchi (la rassegnazione ad es.), questo procedimento subisce un’ulteriore metamorfosi.

Ecco che viene anche superata l’antitesi che Nadler e Alker avevano stabilito tra il barocco peculiarmente austriaco e il giuseppinismo illuminato e non peculiarmente austriaco. Molti (tra cui Eduard Winters) posero il barocco austriaco e l’illuminismo austriaco su uno stesso fronte e li contrapposero all’illuminismo tedesco, all’idealismo tedesco e al classicismo tedesco, tutti frutto dello spirito protestante. Sul fronte austriaco il riconoscimento”DI UN ORDINE DELL’ESSERE CHE STA AL DI SOPRA DELL’UOMO” e sull’altro quello di un IO AUTONOMO, questo il contrasto fondamentale. Roger Bauer vede infatti il giuseppinismo come versione moderna del barocco, cambiamento e rinnovamento in seno alla continuità austriaca. Certo è che la nuova visione dello stato è più asciutta, più razionalistica di quella della precedente tradizione barocca di una gerarchia cosmica che si rispecchia sia nell’ordine politico sia in quello estetico; ma prevalgono senz’altro le analogie della morale antisoggettivistica, dell’idea del servizio e soprattutto dell’ordine oggettivo.

E di nuovo il quadro dell’ultima grande poesia della vecchia Austria prima e dopo il crollo della monarchia, si inserisce in tutta la sua modernità nella continuità austriaca. Autori come Hofmannsthal, Werfel, Zweig, Hermann Bahr, Joseph Roth – non a caso per buona parte ebrei – annunciano la lode della monarchia e della sua società. “L’austriaco senza tempo” di Grillparzer si decifra proprio nella scrittura austriaca del 19. e del 20. secolo. E Baumann sottolinea “che un modo mai incrinato del sottrarsi (richiudersi Rückschliessen) nell’ambito di lingua tedesca è possibile e consentito soltanto in Austria”. Con questa affermazione si chiude la catena apertasi con il barocco austriaco, passando per l’illuminismo austriaco e il Biedermeier austriaco fino al modernismo austriaco, e che definisce una letteratura perennemente caratterizzata da sue leggi, che si discosta evidentemente da quella tedesca.

Rimarrebbe solo un ultimo, non superfluo passo dell’elaborazione sempre più acuta della particolarità austriaca con le sue preferenze letterarie e le sue debolezze (come in Hofmannsthal e Baumann) per una stilizzazione ideologica e celebrazione di una metafisica dell’Austria. Anche quest’aspetto metafisico è già stato considerato (Oskar Benda 1936, Oskar A.H. Schmitz, ed Ernst Schönwiese). I critici appena menzionati sottolineano la cultura austriaca dell’essere, dell’equilibrio armonico e della compensazione tra contrari, della misura tomistica umano-cristiana – mentre lì c’è la cultura tedesca del divenire, degli estremi, della mancanza di misura, “del sovreccitato entusiasmo e dei bruschi crolli”, dello spezzarsi dei contrasti. Con ciò si raggiunge una rozza e presuntuosa formula dualistica che non può più sorpassarsi e che invita alla critica.


IL MITO ASBURGICO COME CONSEQUENZA E ANTITESI
Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna si riferisce oltre che alla stessa letteratura austriaca del 19. e del 20. secolo, anche all’appena schizzato excursus segnato da una trasfigurazione apologetica di ciò che è austriaco fino al punto che il suo alto valore diventa dubbio. Magris voleva indicare con mito in ultimo anche l’ideologia austriaca (nel senso di K. Marx), come consapevolezza lontana dalla realtà e falsa, creata in una determinata situazione storica come strumento di politica, o come strumento per la repressione della realtà, tanto da raggiungere un suo grado di autonomia e penetrare così a fondo nell’atmosfera culturale austriaca, tanto da divenire una cosa acquisita, naturale, scontata, con la quale gli austriaci si identificano senza riserve e dalla quale non possono più prendere le distanze. Prigionieri in balia del loro mito della loro ideologia non più messa in discussione non hanno più accesso ad una realtà non trasfigurata: il mito absburgico è allora una reazione alla rivoluzione francese che ha spazzato via il predominio dell’aristocrazia e con ciò i presupposti del Reich di Asburgo. Quindi il mito non è solo un apparire indipendente di valori, ma ha anche funzione di strumento, e di strumento paternalistico-feudale. Penetra poi la coscienza austriaca a tal punto da prendere l’aspetto di un ordine di valori privato della sua strumentalità, indipendente. E comunque si tratta di un’autonomia – contrariamente a quanto credono quelli che vi si appoggiano – sostanzialmente fittizia; rimane allora sempre un mezzo e uno strumento di difesa nei confronti della storia”.


Se i fondatori storiografi dell’ideologia austriaca cercavano le sue radici nei periodi aurei della monarchia barocca o ancora più indietro nell’idea medievale del Reich, Magris sposta la sua ora di nascita nel segno del declino sempre annunciato e man mano spostato (ma già percepibile, anche se perentoriamente negato): “Una data di nascita approssimativa di questo mito … potrebbe essere l’anno del Signore 1806, allorquando Francesco II, Imperatore del Sacro romano impero della nazione tedesca prende il titolo di Francesco I, imperatore austriaco. Un tale attestato di nascita risveglia subito l’impressione di un surrogato , di una via d’uscita (ESCAMOTAGE) e di quel carattere autunnale che contraddistingue il mito sin dall’inizio. Allora gli Asburgo cercarono un nuovo modus vivendi, un nuovo motivo di coesione della monarchia ormai piuttosto traballante. “Da qui nasce il mito della monarchia dei popoli”. “E anche l’ideale mitteleuropeo, forse la proprietà più intima della cultura absburgica … non è una costante da rinvenire in tutta la storia austriaca (come vuole Srbik) ma è la conseguenza di una situazione problematica”. Quell’universalismo che Srbik ascrive all’idea di stato austriaco (in contrasto allo stato di volontà egoistico di marca prussiana) non ha mai rappresentato probabilmente un valore, quanto piuttosto una ecumene di natura estetica che vela la mancanza di un cuore statale dinamico”.

In questo modo insieme alla coscienza politica degli austriaci vacilla anche il cuore della loro poesia. Prospera su fondo decadente come una sorta di fioritura della putrefazione che certo è in grado di offrire estetiche bellezze di superficie, musicalità, sensibilità, raffinata umanità, ma che fa a meno di una più profonda verità estetica e umana. Proviene da una menzogna di vita che sublima le debolezze e che interpreta la sottrazione dinanzi agli ineludibili compiti concreti della storia come elevazione al sovratemporale, come saggezza e arte di vita, non può che offrire solo modelli illusori, senza futuro, astorici, e abbinarli a figure modello: il mito dei popoli sopranazionale, paternalistico, l’immobilismo di un ordine statico-gerarichico e il sensualismo, il piacere, la piacevole melanconia; il sovrano vecchio e saggio che non agisce ,il burocrate eroico-mediocre e pedante e il servitore, e la dolce fanciulla.

Se si mettono a confronto i tratti fondanti e anche secondari del mito absburgico come è presentato da Magris, con il quadro della letteratura e cultura austriaca e con le sue figure, ecco che appare un sistema di rovesci:

Quello che abbiamo già considerato e che veniva celebrato come continuità, presenza della tradizione, senso per il metastorico (anima, natura, morte), Magris lo critica come immobilismo, staticità, controstoricità (anacronismo).

Ciò che Magris caratterizzava come senso per l’ordine universale, per la misura e per la relatività di istanze soggettive, Magris interpreta poi come mancanza di autonomia, di autoaffermazione, come gerarchia paralizzante che fa sospettare in ogni iniziativa individuale e pluralistica il crollo dell’unità, del tutto, del caos.

Mentre prima si parlava di tendenza al concreto, al visuale, al tangibile, come sfiducia critica verso possenti formule, ideologie, sistemi e si elogiava positivamente come primato del sempre esistente e dell’essere, Magris lo bolla come NON filosofia, incapacità di riflettere dialetticamente sui problemi e di risolverli.

La fuga in campagna, nell’idillio, in particolare in quello dell’ilare paesaggio alpino, la “letteratura dell’ Heimat absburgica, che rimprovera soprattutto a Stifter, la lega alla staticità antistorica. L’incapacità di concepire la grande opera epica (rimprovero mosso a Doderer e a Stifter) è per lui conseguenza di pedanteria e burocrazia absburgiche, che si perdono nel dettaglio: “Ogni cultura burocratica è una cultura del dettaglio.” I valori della sensibilità, il musicale, l’estetico tornano continuamente e prendono un accento negativo in relazione alla letteratura austriaca, che Magris collega all’edonismo e alla fuga dalla storia.

In particolare Magris vede lo spauracchio del mito in Stifter (rispetto a Grillparzer, Ferdinand von SAAR e Joseph Roth), nel quale si concentrano come in uno specchio ustorio tutti i risvolti. Gli rimprovera riduzione e semplificazione umana, sociale, intellettuale, politico-pedagogica ed estetica.
- Da un punto di vista sociale la fuga in campagna, la caratterizzazione negativa della città, della civiltà moderna e della sua realtà;
- dal punto di vista religioso un cattolicesimo esteriore delle consuetudini,
- a livello intellettuale mancanza di profondità di pensiero;
- sul piano politico-pedagogico il voltare le spalle all’impegno civico;
- e sul piano estetico lo sprofondare nel dettaglio, la mancanza di grande respiro epico, la riduzione della stessa politica e storia alle categorie inappropriate della natura e dell’idillio.

Il potere del mito asburgico si mostra nel fatto che, anche dopo la caduta della monarchia, quindi dopo il 1918, non ha perso terreno, ma anzi domina la letteratura austriaca sempre più fortemente, tanto che anche i suoi detrattori, non avendo maturato una effettiva controposizione e una valida alternativa, ne sono vittima.


AL DI Là DEL MITO (IDEOLOGIA) E CONTROMITO (CONTROIDEOLOGIA)

Così il mito diviene destino ineludibile della letteratura austriaca che le preclude l’accesso alla piena realtà e al pieno essere virile.

E’ proprio qui che dovrebbe inserirsi la critica, ad avviso di W. Weiss. A ben vedere, la smitizzazione del mito absburgico che opera Magris è determinata e limitata da un contromito che si può carpire già dai titoli (dei suoi paragrafi) e che lui contrappone di continuo al mito criticato: progresso, nazione, autonomia, cambiamento, dialettica concreta, realtà concreta, dinamismo, slancio energico della vita.

In questo modo Magris tralascia una tradizione non disprezzabile della letteratura tedesca che si oppone criticamente a quella da lui menzionata. Nikolas Lenau, Karl Postl, Ferdinand Kürnberger. In questi autori ritroviamo altri motivi: la libertà, il brigante, il ribelle, la tigre, l’odio, il pensiero. L’autore emigrato Postl critica in “Austria as it is”, ad esempio, non solo il sistema Metternich. L’opposizione con l’America, nella quale pur con delle riserve si riconosce, e l’Europa gerarchico-monarchica orientata sul modello Austria attraversa e caratterizza tutta la sua opera, non solo tematicamente, ma anche su di un piano strutturale. E Ferdinand Kürnberger anticipa nei saggi su Grillparzer molte delle tesi già sostenute da Magris.

La riduzione che Magris rimprovera a Stifter W. Weiss considera attentamente e le oppone un sistema di risvolti suo proprio. E così il germanista salisburghese fa notare che sfugge a Magris, ad esempio, che la insufficiente autoaffermazione è risvolto della capacità di adattamento, che la pedanteria per il piccolo può essere il risvolto di un attenzione antispeculativa del dato empirico e dell’analisi, come è possibile riscontrare nella scuola di medicina viennese, che l’apparente rifiuto verso ogni tipo di penetrabilità di pensiero della realtà proviene in ultimo dall’analisi critica e da un atteggiamento nei confronti della realtà che non si dà pace sbrigativamente con sintesi e formule sin troppo semplici. Si pensi allora all’ironizzare differenziato di Doderer delle ideologie e all’ultima frase del Tractatus di Wittgestein

Sebbene Magris polemizzi contro le conclusioni facili di una bassa sociologia della letteratura, il modo in cui egli osserva la letteratura austriaca da presupposti politico-sociologici molto vicino a queste facili conclusioni (che lui critica).

E’ anche lui nella scia dei suoi antecessori afflitti da una baroccomania, e che gli fa interpretare tutto quel che è austriaco come barocco (o trasfigurato baroccamente). Così Magris accorcia indicando nel 1806 un’origine sicuramente più antica e conferisce a questo periodo – vittima del mito – una inevitabile carattere orientato al passato e contro il tempo (proprio perché era già cominciato il declino); a tal proposito per lo meno Giuseppe II e il giuseppinismo si sono insediati nel segno dell’”ordo” modernizzato e poi comunque della fallita integrazione dell’Austria.

Se si pensa al ruolo centrale che l’ “ordo” ha in Grillparzer, non solo come idea di fondo politica, ma anche etica, metafisica e senz’altro estetica, allora si è in grado di valutare la riduzione che Magris critica: l’ordine estetico dell’arte (la musica) e l’ordine della creazione sono per il “povero suonatore” una cosa sola. La poesia qui scaturisce proprio dall’idea di un ordine del mondo superiore.

La riduzione diventa ancor più sensibile quando Magris lega Musil a questo mito, all’immobilismo absburgico, gli rimprovera la vecchia avversione alla storia (andarci proprio contro) e lo definisce – in sintonia con Ladislao Mittner – un arciconservatore, il rappresentante di una sociologia religiosa. Ecco che il “senso della possibilità” di Musil diviene il “senso della possibilità absburgico, austriaco” e disconosciuto il suo ruolo liberatore, sperimentatore e con questo anche quello della “morale induttiva” che è proprio contro il mito absburgico, come anche contro il contromito costruito ex negativo da Magris (Dt. Edition, S. 1242-43): “ Segreteria mondiale di precisione e anima…. controcredo: dottrina dei metodi di ciò che non si sa …. tentativo di una morale naturale della collaborazione induttiva. Idea dell’epoca induttiva. L’induzione ha bisogno di pre-supposizioni; ma queste non possono essere “credute”… la concezione della vita come soluzione parziale”.

Allorché Magris presenta l’opera di Musil e Schnitzler come mero specchio delle contraddizioni del mondo absburgico (che mostrerebbero la problematica moderna dell’esistenza della persona disintegrata e del narrare questa persona), lì mostra una forzatura nel suo voler ricondurre un panorama ricco ed articolato ad un minimo comune denominatore: il mito absburgico. Non sarebbe un caso che l’Ulrich di Musil diventi il più esemplare uomo senza qualità (e simboleggia così questa disgregazione).

Se questa categoria del mito absburgico si adatta bene a descrivere alcuni scrittori (Werfel e Zweig) del 19. e del 20. secolo, questo non può dirsi per gli altri (Musil, Schnitzler e lo stesso Stifter).

Il lavoro di Magris è encomiabile soprattutto per aver messo in discussione e messo a nudo cliché e formule riduttive applicate all’ideologia dell’Austria. E’ proprio il contributo di Eisenreich, col quale ho cominciato, che mostra quale è il pericolo. I pericoli stanno proprio nell’abbattere un mito per costruire un contromito.

Questa sua impresa, muovendosi anche su un piano sociologico e non estetico, pone nuovamente il problema di un’adeguata sociologia della letteratura (che non c’è evidentemente per quel che crede WEISS).


La letteratura austriaca non è prigioniera del mito absburgico, ma gli storici e gli storici della letteratura austriaca lo sono stati spesso. Faremo bene a farci stimolare da Magris, ma a cominciare dai suoi presupposti senza commettere i suoi errori.

EPILOGO

Qui W. Weiss racconta l’epilogo e soprattutto l’effetto prodotto dal suo contributo. Questo è peraltro frutto di un seminario da lui tenuto insieme ad altri docenti nel sem. inv. 67/68 a Salisburgo. Al termine del seminario si tenne una discussione con Claudio Magris. In quell’occasione, ben più fortemente che nel libro, si evidenziò il fatto che il triestino si sentiva intimamente partecipe a questo mito e che questo suo libro rappresentava un’occasione per rielaborare e controllare alcuni aspetti oggettivandoli, ovvero prendendone le distanze. Venne anche fuori che la traduzione tedesca aveva reso qualcosa in forma troppo acuta, o troppo univoca (non aveva lasciato spazio a certe sfumature che erano percepibili nella versione italiana).

Prima di arrivare a Salisburgo Magris tenne a Vienna una lezione su “Prospettive attuali della letteratura mitteleuropea”, dove sottolineò ancor più quel che aveva già detto. Mentre in precedenza aveva valutato l’”ideale mitteleuropeo” come “la cosa più autentica della cultura absburgica”, ma che aveva anche provvisto di interrogativo considerandolo come conseguenza di una situazione problematica, ora lui trova nell’aspetto mitteleuropeo dell’eredità absburgica non semplicemente il passato ma anche prospettive future.

Anche se ritorna su aspetti già ampiamente considerati (barocco, ordine/caos), vede d’altro canto un legame alla grande tradizione sperimentale della arte narrativa mitteleuropea che si è creata in ultimo al centro dell’ Austria asburgica (vedi Canetti e Musil), come possibilità promettente portata avanti in un’austriacità a più strati da giovani autori quali Peter Marginter, Andreas Okopenko, Thomas Bernhard e Gerhard Fritsch e che mira ad una nuova sintesi stilistica dei valori.

Una riabilitazione condizionata, e chiusa dell’eredità asburgica che si rivolge – con correzioni solo orali – a Musil e ad altri, ma non a Stifter e a Doderer. Questo non deve però portare a non confrontarsi con questo lavoro che ha trovato una eco molto forte che attesta, tra l’altro, il fatto che Magris ha sicuramente centrato un punto nevralgico della discussione letteraria. Un commento molto indovinato a questo libro:
“Dovrete essere grati a Magris per avervi scosso (risvegliato)”.

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