lunedì 9 febbraio 2009

1938 - 1988 - 2008
CONSIDERAZIONI su "Piazza degli eroi", opera teatrale, messa in scena al Burgtheater il 4 novembre 1988


Nel segno della metafora “Heldenplatz 1938” si compì in Austria la cosiddetta “Anschluss”, ovvero l’occupazione del paese da parte delle truppe del Reich tedesco. Il 12 marzo 1938 alle 12 venne letta la proclamazione (di tale annessione) di Adolf Hitler, da Goebbels alla radio:

“[…] da oggi marciano su tutti i confini dell’Austria tedesca i soldati della Wehrmacht tedesca. Truppe con carri armati, divisioni di fanteria e gruppi delle SS e l’armata aerea in cielo, chiamati dal nuovo governo nazionalsocialista a Vienna, si fanno garanti della possibilità che viene definitivamente offerta al popolo austriaco di delineare il proprio futuro e, insieme a questo anche il proprio destino, attraverso una effettiva votazione popolare. […] Dietro a questi gruppi c’è però la volontà e la decisione dell’intera nazione tedesca. […]” (Neues Wiener Tageblatt, 13. März 1938; in: Dokumentation, S.25f.)
Questa visione delle cose, del supporto che i tedeschi ebbero da parte (di cerchie sempre più ampie) del popolo austriaco, venne sempre sminuita nel dopoguerra, con una chiara volontà di sostenere la versione delle “vittime”. Storici, politici e scrittori austriaci si sono adoperati con successo per una (tarda) elaborazione del passato nazionale. Allorché nel 1988 si celebrava il cinquantenario dell’evento si poteva giungere alla constatazione in base alla quale l’ingresso militare fosse avvenuto non senza partecipazione da parte dei nazionalsocialisti in Austria e che venne considerato da migliaia di austriaci come “liberazione”. Un articolo di giornale che rende la cronaca del discorso di Hitler sulla Heldenplatz parla una lingua chiara:

“Proclamo dunque per questo paese la sua nuova missione. E questa tiene dietro al comando che ha richiamato un tempo gli insediati tedeschi da tutte le province del vecchio Reich. L’antichissima Ostmark del popolo tedesco (marca orientale) deve diventare d’ora in poi il più giovane baluardo della nazione tedesca e perciò parte del Reich tedesco. (grida di Heil Hitler montanti)
Per secoli le truppe dell’oriente in tempi inquieti si sono infrante ai confini della vecchia marca. Per secoli e per tutto il futuro (questa marca) deve diventare un ferreo garante della sicurezza e libertà del Reich tedesco. (approvazione scrosciante) E in tal modo anche pegno per la felicità e pace del nostro popolo. In questo momento posso allora consegnare al popolo tedesco l’annuncio del più grande adempimento della mia vita. (applauso scrosciante e lungo minuti) Come Führer e cancelliere della nazione tedesca e del Reich tedesco annuncio alla storia tedesca l’ingresso della mia patria nel Reich tedesco. (rinnovato fragoroso impeto di applausi e grida: Heil al Führer, ringraziamo il nostro Führer).” (Neues Wiener Abendblatt, 15. März 1938; in: Dokumentation, S.32 f.)

Di questo tipo era l’ “Anschluss” per molti in Austria, più come una “rivoluzione festosa” (così la definì il giornalista Karl Anton Prinz Rohan) che come un colpo militare estero. Per le strade di Vienna passeggiavano in uniforme, senza nascondersi, i nazionalsocialisti austriaci. Sebbene molti fossero arrivati a Heldenplatz per pura curiosità, l’atmosfera era tale da rafforzare in modo chiaro ed evidente i tedeschi nel procedere in una certa direzione. Di resistenza, purtroppo, non c’è traccia tangibile. Un testimone riferisce:

“Queste ore erano a Vienna un indescrivibile Sabbat delle streghe – rappresentanti delle truppe d’assalto, alcuni dei quali avevano si e no terminato la scuola, marciavano con queste cinte piene di proiettili intorno alla vita e con carabine, unico segno della loro autorità la croce uncinata sul braccio, accanto ai disertori dalle fila della polizia, uomini e donne che urlavano e strillavano in modo isterico il nome del Führer, abbracciavano le guardie e si portavano con queste nel flusso umano vorticoso. Camion con rappresentanti della SA, che potevano adesso esibire le armi mortali a lungo tenute nascoste, liberavano i loro assordanti clacson e cercavano, invano, di farsi strada tra la folla di uomini e donne.” (G.E.R. Gedye, Die Bastionen fielen. Wie der Faschismus Wien und Prag überrannte, Wien 1947; zit. Nach: Wien 1938, S. 281)

Da simili documenti è possibile ricavare, certo a larghe linee, e senza pretesa di documento attendibile al 100%, un’idea dell’entusiasmo nazionalsocialista in Austria, che rappresentò presto un fondamento stabile e politicamente affidabile per un riassetto rigoroso della vita pubblica. Il cancelliere austriaco Dr. Seyß-Inquart venne nominato da Hitler governatore del Reich in Austria con sede a Vienna. Josef Bürckel del Palatinato, ricevette il 13 marzo da Hitler l’incarico di riorganizzare la NSDAP in Austria, e venne onorato del titolo di “Commissario del Reich per la riunificazione dell’Austria con il Reich tedesco”. L’austriaco Odilo Globonick (nato nel 1904 a Trieste) fu fino al 1 febbraio 1939 capocircoscrizione di Vienna, poi cadde in disgrazia, cambiò per le SS armate e diresse nel 1942/43 la “Aktion Reinhard” (distruzione degli ebrei nel governatorato generale di Polonia). La NSDAP potè godere di una veloce crescita in Austria. Nell’autunno 1938 a Vienna si contavano 65000 membri del partito, mentre nell’intera Austria il numero era pari a 207000. Nel 1942 il numero dei membri viennesi era di 173000 iscritti (Wien 1938, S.
68)

In occasione dell’ “annuncio della liberazione” erano presenti dell' 1,8 milioni di viennesi ben 250.000 (Botz 1988, S. 73 ff.) Anche nelle successive adunate di folla l’arte della messa in scena nazionalsocialista si conservò , ed era diretta ad una irrispettosa sottomissione del singolo alla moltitudine e ad una contemporanea crescita nel gruppo della nuova comunità di popolo.

“La messa in scena pubblica delle masse era la prova generale esemplare della guerra totale e della propaganda nella sua forma più alta. Le persone e i loro corpi divennero pezzi di uno scenario assolutistico, funzionali all’annuncio di un dominio totalitario – espressione unitaria di una volontà, ovvero del principio del Führer”. (B. Frankfurter, zit. nach: Wien 1908, S.109)

La regia di massa rese le parole del Führer in occasione dell’ Anschluss un’amplificazione solenne, alla quale Seyß-Inquart reagì con un pathos oggi non riproducibile:

“Diciamo grazie! Il grazie, di un amore imperituro e di una fede incondizionata. Mio Führer! Dovunque conduca la strada, noi ti seguiremo! Salute, mio Führer!” (Botz 1978, S. 75)
Bisogna anche ricordare il dato di fatto in base al quale la Stimmung, lo stato d’animo dell’entusiasmo sulla Piazza degli Eroi era talmente alto, “che gli storici fino ad oggi non sono stati in grado di trovare una sola foto che mostrasse quei volti distolti dal dolore, che le truppe di Hitler incontrarono ovunque nel marzo del 1939 a Praga” (Gerhard Botz, in: Dor 1988, S.22f)

Le forze che miravano ad un seguito ideologico anche del popolo austriaco, provenivano sia dall’interno che dall’esterno. Il processo di “omologazione” (Gleichschaltung – articolo 11 della legge ordinata da Hitler il 13 marzo recitava: “L’Austria è un paese del Reich tedesco”) poté allora compiersi senza grandi problemi. In questo senso la “votazione popolare libera e segreta” del 10 aprile 1938, che doveva sanzionare la “riunificazione con il Reich tedesco” proclamata il 13 marzo, divenne una lotta di propaganda con tutti gli stratagemmi dell’estetizzazione della politica.

Si passò naturalmente alla persecuzione degli ebrei. Già a maggio Berlino ordinò requisizioni a tappeto condotte a Vienna dalla Gestapo tra il 25 e il 27 maggio. Di questa iniziale purga caddero vittime 2000 persone deportate a Dachau e a Buchenwald. Fece il suo ingresso anche il terrore nelle strade, che doveva preparare al pogrom del novembre 1938.

Lasciamo parlare, a tal proposito, lo storico Helmut Konrad:“la cosiddetta Anschluss non fu in nessun modo soltanto un evento militare, una pressione dall’esterno, ma designa anche la vittoria dei nazionalsocialisti nella guerra civile all’interno dell’Austria. In più città austriache i nazionalsocialisti si erano conquistati il potere prima dell’ingresso delle truppe tedesche. L’Austria non fu allora soltanto una vittima di quella che dobbiamo indicare come aggressione del Reich tedesco, ma anche responsabile, attore partecipe e complice dello sviluppo.”

lunedì 3 novembre 2008

In den Waldheimen und auf den Haidern

Non è un'operazione forse facile, ma i discorsi dei due scrittori austriaci fanno pensare in modo sinottico. L'occasione è simile. Tutti e due ricevono un premio letterario, e tutti e due invece di comportarsi come il pubblico e le autorità si attenderebbero, colgono l' "occasione" per parlare come fanno i loro personaggi, per dimostrare che non c'è frattura tra arte e vita, e che la vita è arte e viceversa ...http://ourworld.compuserve.com/homepages/elfriede/

Zu Politik und Gesellschaft

In den Waldheimen und auf den Haidern
Heinrich-Böll-Preis-Rede
Ich komme aus einem Land, von dem Sie sich sicher ein Bild gemacht haben, denn es ist bildschön, wie es so daliegt inmitten seiner eigenen Landschaft, die ihm ganz gehört. Sicher haben Sie schon Bilder davon gesehen.
Das Land ist klein aber mein, und seine Künstler dürfen in ihm wohnen, falls man sie läßt. Denn in Österreich wird kritischen Künstlern die Emigration nicht nur empfohlen, sie werden auch tatsächlich vertrieben, da sind wir gründlich. Ich erwähne nur Rühm, Wiener, Brus, die in den sechziger Jahren das Land verlassen haben. Ich erwähne nicht Jura Soyfer, der im KZ ermordet worden ist, denn das ist zu lang vergangen und daher zu lang schon vergessen und, vor allem, vergeben, denn uns verzeiht man einfach alles.
Und dem Thomas Bernhard hat der zuständige Minister (nicht der Gesundheitsminister) empfohlen, aus sich einen „Fall" für die Wissenschaft zu machen. Er hat nicht die Literaturwissenschaft gemeint. Gegenstände für die Hirnforschung sollen wir Künstler also werden, weil wir zuvielen schönen Dingen, die in Österreich passieren, entgegenstehen. Was hätte Heinrich Böll darüber geschrieben?
So haben Polizisten den Peter Handke aus der Salzburger Telefonzelle gezerrt. So ist Achternbuschs Film „das Gespenst" verboten worden. Heinrich Böll hätte gewiß etwas dazu gesagt.
In den Waldheimen und auf den Haidern dieses schönen Landes brennen die kleinen Lichter und geben einen schönen Schein ab, und der schönste Schein sind wir. Wir sind nichts, wir sind nur was wir scheinen: Land der Musik und der weißen Pferde. Tiere sehen dich an, sie sind weiß wie unsere Westen, und die Kärntneranzüge zahlreicher Bewohner und deren befreundeter Politiker sind braun und haben große Westentaschen, in die man viel hineinstecken kann. So sieht man sie in der Nacht nicht allzu deutlich, diese mit dem Geld befreundeten Politiker und deren Bewohner (das Wahlvolk, das Volk ihrer Wahl, das die Politiker in ihren Herzen herumtragen), wenn sie wieder einmal slowenische Ortstafeln demolieren gehen. Vielen von ihnen würden, nach eigener Aussage, gern noch einmal nach Stalingrad gehen, wenn sie nicht die ganze Zeit damit beschäftigt wären, die Kommunisten im eigenen Land zu bekämpfen.
Heinrich Böll hätte hier sehr viel gesagt, aber man hätte es ihm erst erlaubt, nachdem er den Nobelpreis bekommen hat. So wie sich kaum jemand ernsthaft bemüht hat, einen Elias Canetti nach Österreich zurückzuholen, denn Juden haben wir zwar so gut wie keine mehr, aber immer noch zuviele. Und ab und zu nehmen sich „ehrlose Gesellen vom jüdischen Weltkongress" (Originalzitat aus einer Rede des General Sekretärs der großen österreichischen Volkspartei) ihrer an, obwohl wir doch gar nichts tun außer fremde Betten für den Fremdenverkehr beziehen und daher auch niemals etwas getan haben.
Wir wollten doch nur ein bißchen in deutschen Betten liegen, wer hätte uns das nicht gönnen wollen? Aber wir sind es nicht gewesen, und daher hat man uns - im Jahre 1955 selbstverständlich oder wann dachten Sie denn?- auch ordnungsgemäß befreit! Wir sind überhaupt die Unschuldigsten und sind es daher auch immer gewesen. Jetzt ist einLiteraturstipendium nach Canetti benannt, Hauptsache, er selbst bleibt fort. Dann führen wir ihn sogar im Burgtheater auf, vorausgesetzt seine Stücke sind nicht zu lang. Grüß Gott.
Wir müssen uns nur im richtigen Moment klein machen, damit man uns nicht sieht, wie wir grade unsere Weine pantschen; wir müssen uns nur im richtigen Moment noch kleiner machen, damit man uns nicht sieht und auch unsere Vergangenheit nicht, wenn wir Bundespräsident, also das Höchste was es gibt, werden wollen. Und wir müssen uns im richtigen Moment auch groß zu machen verstehen, damit wir in die Weltpresse hineinkommen, und zwar selbstverständlich positiv, denn wir leben ja wirklich in einem schönen Land, man kann es sich anschauen gehen, wann immer man will!
Auch ich gehe jetzt dorthin zurück, vorher bedanke ich mich aber noch sehr herzlich für meinen Preis und gedenke liebevoll und traurig dessen, nach dem er benannt ist. Ich wollte, ich könnte ihn - Heinrich Böll - mitnehmen, er hätte bei uns viel zu tun.

Rede gehalten am 2.12.1986 in Köln. Erschienen in der "ZEIT" 50 (1986); auch in: Alms, Barbara (Hrsg.), Blauer Streusand, Frankfurt am Main 1987, S. 42-44
In den Waldheimen und auf den Haidern © 2000 Elfriede Jelinek

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martedì 18 dicembre 2007

Trascrizione parziale dell’intervista di Rudolf Bayr a Thomas Bernhard (nel 1975, all’uscita di DIE URSACHE)

Die Wahrheit ist aber immer nur, dass man ein “Aber” dranhängt und dann den Satz vollendet. (…) Eine Schönheit ohne das „Aber“ ist ein reiner Unsinn, eine Verfälschung. (…) Die Stadt ohne das „Aber“ oder ohne dieses Buch ist einfach eine kitschige Stadt mit kitschigen Menschen, mit oberflächigen Scheußlichkeiten. Ich habe plötzlich einmal nicht nur Lust, sondern die Verpflichtung gehabt, das einmal aufzuschreiben, wovon niemand spricht. Und die einzige Triebfeder in mir ist ja eigentlich sowieso nur die zu sagen, was niemand sagt oder zu schreiben, was niemand schreibt. Was alle schreiben, dass die Stadt schön ist, ja das weiß ja eh jeder, aber hinter der Schönheit ist eben etwas anderes, und das klarzumachen war meine Aufgabe und auch meine Lust eigentlich, das zu schreiben.
Es war eine große Lust, das Buch wegzuschreiben.. von mir. Es muss aber auch geschehen, einmal geschehen. Es ist denn auch mal so… dass bei meinen Sachen … Büchern … 17/20 Büchern … sie hängen in der Luft.

Die Festspiele sind für mich eine erledigte Sache. Ich wollte dem Herrn Kaut, der als väterlicher Freund apostrophiert ist in den Zeitungen, mit dem ich mich immer sehr gut verstanden habe, eine Freude machen, ein Stück schreiben, ich hab das auch gemacht, aber das ist jetzt nicht mehr möglich. Er steht nicht mehr hinter mir, das geht nur hundertprozentig oder eben gar nicht. Man kann nicht etwas wollen, Auftrag geben, besprechen, der eine sitzt ein ganzes Jahr und schreibt die Sache (gemeint ist hier das Stück „Die Berühmten“, das dann 1976 bei den Wiener Festwochen im „Theater an der Wien“ uraufgeführt werden sollte; das Thema: eine äußerst scharfe Kritik am österreichischen Kunst- und Kulturleben, d. Verf.), dann kommt irgendwer von irgendeiner Zeitung und sagt „der Bernhard oje, schon wieder Bernhard“ und das hört er dann fünf, sechs Mal, und leider ist der gute, väterliche, alte Freund umgefallen, und ich bin schon weg. Schluss, das ist ein ganz einfacher Vorgang.

lunedì 5 novembre 2007

WALTER WEISS – letteratura austriaca – prigioniera del mito asburgico? (tradotto e addattato)

La comprensione della letteratura austriaca è fino ad oggi legata indissolubilmente al rapporto con quella tedesca in generale. La questione si pone cioè in questi termini:
La letteratura austriaca ha una particolarità spiccata che la distingue dalla restante letteratura tedesca, o è piuttosto da intendersi come letteratura tedesca in Austria? A questa domanda, che ha sollevato una discussione accesa, si è risposto difendendo o l’una o l’altra delle due posizioni. Egon Schwarz nella Germanic Review del 1965 ascrive alla “grande eredità” tre saggi, uno di Otto Basil, uno di Herbert Eisenreich e uno di Ivar Ivask come prova dell’esistenza di una letteratura austriaca, ma nota al contempo che questi autori avrebbero dimenticato il fatto che per loro fosse indubbiamente una fortuna enorme essere considerati comunque parte della letteratura tedesca.

Quello che Egon Schwarz voleva dire, tra le righe, fa riferimento al fatto che -anche in base ad esempi recenti -diversi autori austriaci hanno acquistato importanza, considerazione della critica e denaro, perché hanno trovato editori in Germania ( T. Bernhard, P. Handke, H.C. Artmann e G. Rühm). E poi la letteratura come maestria linguistica è per definitionem quella scritta in una determinata lingua. Rimane in dubbio se tiene l’argomento della lingua comune. Detto in breve: La lingua tedesca più o meno comune non esclude a priori una letteratura austriaca con precise caratteristiche?

Non va tralasciato il dato di fatto che diversi scrittori sentissero questa diversità già qualche secolo prima di quando si accende la discussione dei caratteri che circoscrivono l’ambito tematico (e linguistico?) della letteratura austriaca. Nel 1782 Alois Blumauer nel suo scritto “Osservazioni sull’illuminismo austriaco e sulla letteratura” rispondeva al disprezzo del berlinese Friedrich Nicolai esprimendosi in tal modo: “ Lo stato austriaco che si rappresenta dovunque nella sua forza mascolina nell’ambito letterario viene visto ancora come immaturo e deve accettare continuamente la direzione ad alto prezzo dei non interpellati tutori dello spirito”.

F. Grillparzer si esprime a tal proposito nei diari e in un saggio “In cosa si differenziano gli scrittori austriaci da tutti gli altri?” (1837) e mette a confronto di continuo l’Austria e la Germania, lo spirito austriaco e quello tedesco, la letteratura austriaca e quella tedesca: dalla parte austriaca la tendenza al descrittivo, concreto-sensistico, alla misura, al senso artistico plastico, dall’altra parte – in particolare sotto il nefando influsso di Hegel – la tendenza all’astrazione, alla dialettica, ai piani e agli schizzi senza misura. Questa comparazione di Grillparzer rispecchia un senso di sprezzo suo personale (ma condiviso da altri intellettuali austriaci del tempo) nei confronti della storia della letteratura prussiana della piccola Germania del 19. Secolo, sprezzo e distnaza che hanno le loro propaggini fino al nostro presente (1970 ndr).

Un rappresentante di questa estetica tedesco-hegeliana è Friedrich Hebbel contro il quale si scagliano anche Stifter, Nestroy, i quali reclamano una continuità nel segno della misura contro il sovrappiù, l’enorme, l’esaltato, contro la dialettica degli estremi.

E due generazioni più tardi di nuovo una costellazione paragonabile: Hofmannsthal e George. George rimprovera a Hofmannsthal mancanza di mascolinità, autonomia, Selbstaufagabe alla tradizione. Hofmannsthal contrappone nella “Die Schwierige” il barone Neuhoff a Karl Bühl e traccia nel pieno della battaglia finale della vecchia Austria lo schema “prussiano e austriaco”, che riprende tutti i motivi di 150 anni prima, del prussiano piccolo tedesco, e ne fa un antipodo dell’austriaco; scarsa attitudine all’astrazione, rifiuto della dialettica qui, forza dell’astrazione e della dialettica lì; autoironia qui, autostima lì; avidità di piaceri qui, arrivismo lì; apparentemente immaturo (cioè senza autonomia) l’austriaco, apparentemente maschile (virile) il prussiano.

Gli storici della letteratura danno all’apologia e alla rilevanza della forma spirituale tipicamente austriaca un fondamento storico.

Josef Nadler e Otto Rimmel, tra gli altri, individuano un precendente di questa discussione nel paesaggio letterario barocco dell’Austria; della continuità nella tradizione teatrale, dal 17.secolo (con i Ludi Caesari) fino al Volkstheater viennese e a Grillparzer fino al presente, che attribuisce allo spettacolo percettibile un ruolo preminente (che va oltre quello dato alla pura parola) e che fonda la possente tradizione del gioco metafisico, del teatrum mundi. Anche altri motivi costanti della letteratura austriaca quali la fiducia irrazionale nell’ordine della creazione (grazia e natura) vengono ricondotti a radici barocche. La forte eredità del pensiero cattolico tomistico rende l’austriaco critico nei confronti delle ultime forme spirituali protestanti dell’idealismo tedesco con la sua dialettica e speculazione.

Emblematica la descrizione che Wilhelm Scherer fa della visita di Grillparzer a Goethe e della conseguente caratterizzazione dei due personaggi. Grillparzer schiacciato da un sentimento fanciullesco scoppia in lacrime e Goethe lo consola paternamente. Questa stessa caratterizzazione si ritrova poi nel saggio di Scherer “Goethe e Grillparzer”.

Nel Biedermeier, che si nutre di fondamenti barocchi (la rassegnazione ad es.), questo procedimento subisce un’ulteriore metamorfosi.

Ecco che viene anche superata l’antitesi che Nadler e Alker avevano stabilito tra il barocco peculiarmente austriaco e il giuseppinismo illuminato e non peculiarmente austriaco. Molti (tra cui Eduard Winters) posero il barocco austriaco e l’illuminismo austriaco su uno stesso fronte e li contrapposero all’illuminismo tedesco, all’idealismo tedesco e al classicismo tedesco, tutti frutto dello spirito protestante. Sul fronte austriaco il riconoscimento”DI UN ORDINE DELL’ESSERE CHE STA AL DI SOPRA DELL’UOMO” e sull’altro quello di un IO AUTONOMO, questo il contrasto fondamentale. Roger Bauer vede infatti il giuseppinismo come versione moderna del barocco, cambiamento e rinnovamento in seno alla continuità austriaca. Certo è che la nuova visione dello stato è più asciutta, più razionalistica di quella della precedente tradizione barocca di una gerarchia cosmica che si rispecchia sia nell’ordine politico sia in quello estetico; ma prevalgono senz’altro le analogie della morale antisoggettivistica, dell’idea del servizio e soprattutto dell’ordine oggettivo.

E di nuovo il quadro dell’ultima grande poesia della vecchia Austria prima e dopo il crollo della monarchia, si inserisce in tutta la sua modernità nella continuità austriaca. Autori come Hofmannsthal, Werfel, Zweig, Hermann Bahr, Joseph Roth – non a caso per buona parte ebrei – annunciano la lode della monarchia e della sua società. “L’austriaco senza tempo” di Grillparzer si decifra proprio nella scrittura austriaca del 19. e del 20. secolo. E Baumann sottolinea “che un modo mai incrinato del sottrarsi (richiudersi Rückschliessen) nell’ambito di lingua tedesca è possibile e consentito soltanto in Austria”. Con questa affermazione si chiude la catena apertasi con il barocco austriaco, passando per l’illuminismo austriaco e il Biedermeier austriaco fino al modernismo austriaco, e che definisce una letteratura perennemente caratterizzata da sue leggi, che si discosta evidentemente da quella tedesca.

Rimarrebbe solo un ultimo, non superfluo passo dell’elaborazione sempre più acuta della particolarità austriaca con le sue preferenze letterarie e le sue debolezze (come in Hofmannsthal e Baumann) per una stilizzazione ideologica e celebrazione di una metafisica dell’Austria. Anche quest’aspetto metafisico è già stato considerato (Oskar Benda 1936, Oskar A.H. Schmitz, ed Ernst Schönwiese). I critici appena menzionati sottolineano la cultura austriaca dell’essere, dell’equilibrio armonico e della compensazione tra contrari, della misura tomistica umano-cristiana – mentre lì c’è la cultura tedesca del divenire, degli estremi, della mancanza di misura, “del sovreccitato entusiasmo e dei bruschi crolli”, dello spezzarsi dei contrasti. Con ciò si raggiunge una rozza e presuntuosa formula dualistica che non può più sorpassarsi e che invita alla critica.


IL MITO ASBURGICO COME CONSEQUENZA E ANTITESI
Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna si riferisce oltre che alla stessa letteratura austriaca del 19. e del 20. secolo, anche all’appena schizzato excursus segnato da una trasfigurazione apologetica di ciò che è austriaco fino al punto che il suo alto valore diventa dubbio. Magris voleva indicare con mito in ultimo anche l’ideologia austriaca (nel senso di K. Marx), come consapevolezza lontana dalla realtà e falsa, creata in una determinata situazione storica come strumento di politica, o come strumento per la repressione della realtà, tanto da raggiungere un suo grado di autonomia e penetrare così a fondo nell’atmosfera culturale austriaca, tanto da divenire una cosa acquisita, naturale, scontata, con la quale gli austriaci si identificano senza riserve e dalla quale non possono più prendere le distanze. Prigionieri in balia del loro mito della loro ideologia non più messa in discussione non hanno più accesso ad una realtà non trasfigurata: il mito absburgico è allora una reazione alla rivoluzione francese che ha spazzato via il predominio dell’aristocrazia e con ciò i presupposti del Reich di Asburgo. Quindi il mito non è solo un apparire indipendente di valori, ma ha anche funzione di strumento, e di strumento paternalistico-feudale. Penetra poi la coscienza austriaca a tal punto da prendere l’aspetto di un ordine di valori privato della sua strumentalità, indipendente. E comunque si tratta di un’autonomia – contrariamente a quanto credono quelli che vi si appoggiano – sostanzialmente fittizia; rimane allora sempre un mezzo e uno strumento di difesa nei confronti della storia”.


Se i fondatori storiografi dell’ideologia austriaca cercavano le sue radici nei periodi aurei della monarchia barocca o ancora più indietro nell’idea medievale del Reich, Magris sposta la sua ora di nascita nel segno del declino sempre annunciato e man mano spostato (ma già percepibile, anche se perentoriamente negato): “Una data di nascita approssimativa di questo mito … potrebbe essere l’anno del Signore 1806, allorquando Francesco II, Imperatore del Sacro romano impero della nazione tedesca prende il titolo di Francesco I, imperatore austriaco. Un tale attestato di nascita risveglia subito l’impressione di un surrogato , di una via d’uscita (ESCAMOTAGE) e di quel carattere autunnale che contraddistingue il mito sin dall’inizio. Allora gli Asburgo cercarono un nuovo modus vivendi, un nuovo motivo di coesione della monarchia ormai piuttosto traballante. “Da qui nasce il mito della monarchia dei popoli”. “E anche l’ideale mitteleuropeo, forse la proprietà più intima della cultura absburgica … non è una costante da rinvenire in tutta la storia austriaca (come vuole Srbik) ma è la conseguenza di una situazione problematica”. Quell’universalismo che Srbik ascrive all’idea di stato austriaco (in contrasto allo stato di volontà egoistico di marca prussiana) non ha mai rappresentato probabilmente un valore, quanto piuttosto una ecumene di natura estetica che vela la mancanza di un cuore statale dinamico”.

In questo modo insieme alla coscienza politica degli austriaci vacilla anche il cuore della loro poesia. Prospera su fondo decadente come una sorta di fioritura della putrefazione che certo è in grado di offrire estetiche bellezze di superficie, musicalità, sensibilità, raffinata umanità, ma che fa a meno di una più profonda verità estetica e umana. Proviene da una menzogna di vita che sublima le debolezze e che interpreta la sottrazione dinanzi agli ineludibili compiti concreti della storia come elevazione al sovratemporale, come saggezza e arte di vita, non può che offrire solo modelli illusori, senza futuro, astorici, e abbinarli a figure modello: il mito dei popoli sopranazionale, paternalistico, l’immobilismo di un ordine statico-gerarichico e il sensualismo, il piacere, la piacevole melanconia; il sovrano vecchio e saggio che non agisce ,il burocrate eroico-mediocre e pedante e il servitore, e la dolce fanciulla.

Se si mettono a confronto i tratti fondanti e anche secondari del mito absburgico come è presentato da Magris, con il quadro della letteratura e cultura austriaca e con le sue figure, ecco che appare un sistema di rovesci:

Quello che abbiamo già considerato e che veniva celebrato come continuità, presenza della tradizione, senso per il metastorico (anima, natura, morte), Magris lo critica come immobilismo, staticità, controstoricità (anacronismo).

Ciò che Magris caratterizzava come senso per l’ordine universale, per la misura e per la relatività di istanze soggettive, Magris interpreta poi come mancanza di autonomia, di autoaffermazione, come gerarchia paralizzante che fa sospettare in ogni iniziativa individuale e pluralistica il crollo dell’unità, del tutto, del caos.

Mentre prima si parlava di tendenza al concreto, al visuale, al tangibile, come sfiducia critica verso possenti formule, ideologie, sistemi e si elogiava positivamente come primato del sempre esistente e dell’essere, Magris lo bolla come NON filosofia, incapacità di riflettere dialetticamente sui problemi e di risolverli.

La fuga in campagna, nell’idillio, in particolare in quello dell’ilare paesaggio alpino, la “letteratura dell’ Heimat absburgica, che rimprovera soprattutto a Stifter, la lega alla staticità antistorica. L’incapacità di concepire la grande opera epica (rimprovero mosso a Doderer e a Stifter) è per lui conseguenza di pedanteria e burocrazia absburgiche, che si perdono nel dettaglio: “Ogni cultura burocratica è una cultura del dettaglio.” I valori della sensibilità, il musicale, l’estetico tornano continuamente e prendono un accento negativo in relazione alla letteratura austriaca, che Magris collega all’edonismo e alla fuga dalla storia.

In particolare Magris vede lo spauracchio del mito in Stifter (rispetto a Grillparzer, Ferdinand von SAAR e Joseph Roth), nel quale si concentrano come in uno specchio ustorio tutti i risvolti. Gli rimprovera riduzione e semplificazione umana, sociale, intellettuale, politico-pedagogica ed estetica.
- Da un punto di vista sociale la fuga in campagna, la caratterizzazione negativa della città, della civiltà moderna e della sua realtà;
- dal punto di vista religioso un cattolicesimo esteriore delle consuetudini,
- a livello intellettuale mancanza di profondità di pensiero;
- sul piano politico-pedagogico il voltare le spalle all’impegno civico;
- e sul piano estetico lo sprofondare nel dettaglio, la mancanza di grande respiro epico, la riduzione della stessa politica e storia alle categorie inappropriate della natura e dell’idillio.

Il potere del mito asburgico si mostra nel fatto che, anche dopo la caduta della monarchia, quindi dopo il 1918, non ha perso terreno, ma anzi domina la letteratura austriaca sempre più fortemente, tanto che anche i suoi detrattori, non avendo maturato una effettiva controposizione e una valida alternativa, ne sono vittima.


AL DI Là DEL MITO (IDEOLOGIA) E CONTROMITO (CONTROIDEOLOGIA)

Così il mito diviene destino ineludibile della letteratura austriaca che le preclude l’accesso alla piena realtà e al pieno essere virile.

E’ proprio qui che dovrebbe inserirsi la critica, ad avviso di W. Weiss. A ben vedere, la smitizzazione del mito absburgico che opera Magris è determinata e limitata da un contromito che si può carpire già dai titoli (dei suoi paragrafi) e che lui contrappone di continuo al mito criticato: progresso, nazione, autonomia, cambiamento, dialettica concreta, realtà concreta, dinamismo, slancio energico della vita.

In questo modo Magris tralascia una tradizione non disprezzabile della letteratura tedesca che si oppone criticamente a quella da lui menzionata. Nikolas Lenau, Karl Postl, Ferdinand Kürnberger. In questi autori ritroviamo altri motivi: la libertà, il brigante, il ribelle, la tigre, l’odio, il pensiero. L’autore emigrato Postl critica in “Austria as it is”, ad esempio, non solo il sistema Metternich. L’opposizione con l’America, nella quale pur con delle riserve si riconosce, e l’Europa gerarchico-monarchica orientata sul modello Austria attraversa e caratterizza tutta la sua opera, non solo tematicamente, ma anche su di un piano strutturale. E Ferdinand Kürnberger anticipa nei saggi su Grillparzer molte delle tesi già sostenute da Magris.

La riduzione che Magris rimprovera a Stifter W. Weiss considera attentamente e le oppone un sistema di risvolti suo proprio. E così il germanista salisburghese fa notare che sfugge a Magris, ad esempio, che la insufficiente autoaffermazione è risvolto della capacità di adattamento, che la pedanteria per il piccolo può essere il risvolto di un attenzione antispeculativa del dato empirico e dell’analisi, come è possibile riscontrare nella scuola di medicina viennese, che l’apparente rifiuto verso ogni tipo di penetrabilità di pensiero della realtà proviene in ultimo dall’analisi critica e da un atteggiamento nei confronti della realtà che non si dà pace sbrigativamente con sintesi e formule sin troppo semplici. Si pensi allora all’ironizzare differenziato di Doderer delle ideologie e all’ultima frase del Tractatus di Wittgestein

Sebbene Magris polemizzi contro le conclusioni facili di una bassa sociologia della letteratura, il modo in cui egli osserva la letteratura austriaca da presupposti politico-sociologici molto vicino a queste facili conclusioni (che lui critica).

E’ anche lui nella scia dei suoi antecessori afflitti da una baroccomania, e che gli fa interpretare tutto quel che è austriaco come barocco (o trasfigurato baroccamente). Così Magris accorcia indicando nel 1806 un’origine sicuramente più antica e conferisce a questo periodo – vittima del mito – una inevitabile carattere orientato al passato e contro il tempo (proprio perché era già cominciato il declino); a tal proposito per lo meno Giuseppe II e il giuseppinismo si sono insediati nel segno dell’”ordo” modernizzato e poi comunque della fallita integrazione dell’Austria.

Se si pensa al ruolo centrale che l’ “ordo” ha in Grillparzer, non solo come idea di fondo politica, ma anche etica, metafisica e senz’altro estetica, allora si è in grado di valutare la riduzione che Magris critica: l’ordine estetico dell’arte (la musica) e l’ordine della creazione sono per il “povero suonatore” una cosa sola. La poesia qui scaturisce proprio dall’idea di un ordine del mondo superiore.

La riduzione diventa ancor più sensibile quando Magris lega Musil a questo mito, all’immobilismo absburgico, gli rimprovera la vecchia avversione alla storia (andarci proprio contro) e lo definisce – in sintonia con Ladislao Mittner – un arciconservatore, il rappresentante di una sociologia religiosa. Ecco che il “senso della possibilità” di Musil diviene il “senso della possibilità absburgico, austriaco” e disconosciuto il suo ruolo liberatore, sperimentatore e con questo anche quello della “morale induttiva” che è proprio contro il mito absburgico, come anche contro il contromito costruito ex negativo da Magris (Dt. Edition, S. 1242-43): “ Segreteria mondiale di precisione e anima…. controcredo: dottrina dei metodi di ciò che non si sa …. tentativo di una morale naturale della collaborazione induttiva. Idea dell’epoca induttiva. L’induzione ha bisogno di pre-supposizioni; ma queste non possono essere “credute”… la concezione della vita come soluzione parziale”.

Allorché Magris presenta l’opera di Musil e Schnitzler come mero specchio delle contraddizioni del mondo absburgico (che mostrerebbero la problematica moderna dell’esistenza della persona disintegrata e del narrare questa persona), lì mostra una forzatura nel suo voler ricondurre un panorama ricco ed articolato ad un minimo comune denominatore: il mito absburgico. Non sarebbe un caso che l’Ulrich di Musil diventi il più esemplare uomo senza qualità (e simboleggia così questa disgregazione).

Se questa categoria del mito absburgico si adatta bene a descrivere alcuni scrittori (Werfel e Zweig) del 19. e del 20. secolo, questo non può dirsi per gli altri (Musil, Schnitzler e lo stesso Stifter).

Il lavoro di Magris è encomiabile soprattutto per aver messo in discussione e messo a nudo cliché e formule riduttive applicate all’ideologia dell’Austria. E’ proprio il contributo di Eisenreich, col quale ho cominciato, che mostra quale è il pericolo. I pericoli stanno proprio nell’abbattere un mito per costruire un contromito.

Questa sua impresa, muovendosi anche su un piano sociologico e non estetico, pone nuovamente il problema di un’adeguata sociologia della letteratura (che non c’è evidentemente per quel che crede WEISS).


La letteratura austriaca non è prigioniera del mito absburgico, ma gli storici e gli storici della letteratura austriaca lo sono stati spesso. Faremo bene a farci stimolare da Magris, ma a cominciare dai suoi presupposti senza commettere i suoi errori.

EPILOGO

Qui W. Weiss racconta l’epilogo e soprattutto l’effetto prodotto dal suo contributo. Questo è peraltro frutto di un seminario da lui tenuto insieme ad altri docenti nel sem. inv. 67/68 a Salisburgo. Al termine del seminario si tenne una discussione con Claudio Magris. In quell’occasione, ben più fortemente che nel libro, si evidenziò il fatto che il triestino si sentiva intimamente partecipe a questo mito e che questo suo libro rappresentava un’occasione per rielaborare e controllare alcuni aspetti oggettivandoli, ovvero prendendone le distanze. Venne anche fuori che la traduzione tedesca aveva reso qualcosa in forma troppo acuta, o troppo univoca (non aveva lasciato spazio a certe sfumature che erano percepibili nella versione italiana).

Prima di arrivare a Salisburgo Magris tenne a Vienna una lezione su “Prospettive attuali della letteratura mitteleuropea”, dove sottolineò ancor più quel che aveva già detto. Mentre in precedenza aveva valutato l’”ideale mitteleuropeo” come “la cosa più autentica della cultura absburgica”, ma che aveva anche provvisto di interrogativo considerandolo come conseguenza di una situazione problematica, ora lui trova nell’aspetto mitteleuropeo dell’eredità absburgica non semplicemente il passato ma anche prospettive future.

Anche se ritorna su aspetti già ampiamente considerati (barocco, ordine/caos), vede d’altro canto un legame alla grande tradizione sperimentale della arte narrativa mitteleuropea che si è creata in ultimo al centro dell’ Austria asburgica (vedi Canetti e Musil), come possibilità promettente portata avanti in un’austriacità a più strati da giovani autori quali Peter Marginter, Andreas Okopenko, Thomas Bernhard e Gerhard Fritsch e che mira ad una nuova sintesi stilistica dei valori.

Una riabilitazione condizionata, e chiusa dell’eredità asburgica che si rivolge – con correzioni solo orali – a Musil e ad altri, ma non a Stifter e a Doderer. Questo non deve però portare a non confrontarsi con questo lavoro che ha trovato una eco molto forte che attesta, tra l’altro, il fatto che Magris ha sicuramente centrato un punto nevralgico della discussione letteraria. Un commento molto indovinato a questo libro:
“Dovrete essere grati a Magris per avervi scosso (risvegliato)”.

giovedì 1 novembre 2007

Thomas Bernhard in occasione del conferimento del Premio dello Stato austriaco (1968)

Onorevole Signor Ministro,
onorevoli presenti,

non c’è niente da lodare, niente da condannare, niente da recriminare, ma c’è molto da ridere; è tutto ridicolo se si pensa alla morte.
Si passa la vita attraverso una scena che ci colpisce o non ci colpisce, tutto è intercambiabile, educato meglio o peggio nello stato-palcoscenico : un errore! Si intende: un popolo senza cognizione, un bel paese – sono padri morti o consapevolmente senza coscienza, persone con la semplicità e la bassezza, con la povertà dei loro bisogni … E’ tutto un antecedente storico altamente filosofico e insopportabile. Le età sono intellettualmente dementi, il demonico in noi un carcere patrio onnipresente, nel quale gli elementi della scemenza e della mancanza di rispetto sono diventati necessità quotidiana. Lo stato è una struttura condannata perennemente al fallimento, il popolo è continuamente segnato da infamia e demenza. La vita mancanza di speranza, alla quale si appoggiano i filosofi e nella quale tutto dovrà in ultimo volgere alla follia.

Siamo austriaci, siamo apatici; siamo la vita come comune disinteresse alla vita, nel processo della natura siamo la grande follia in qualità di futuro. Non abbiamo nulla da riferire se non che siamo commiserevoli, decaduti per immaginazione di una monotonia filosofico-economico-meccanica.
Mezzo allo scopo del declino, creature dell’agonia, tutto ci diviene chiaro, non comprendiamo niente. Popoliamo un trauma, temiamo e abbiamo ragione di temere, vediamo già anche se indefiniti: i giganti dell'angoscia.
Ciò che pensiamo, è stato già pensato e ripensato, ciò che percepiamo è caotico, ciò che siamo non è chiaro.
Non abbiamo bisogno di vergognarci, ma non siamo altro che niente e non meritiamo altro che il caos.
Ringrazio a mio nome e a nome di quelli qui con me premiati, questa giuria, ed espressamente tutti i presenti.”